Le sfide Net Zero Emission per l’ambiente costruito: dall’efficientamento energetico alla neutralità

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La giornata di lavori dell’11 novembre della conferenza Cop26 è stata dedicata al tema “Città, Regioni e Ambiente Costruito”.

L’obiettivo della giornata è l’accelerazione delle iniziative che riguardano l’ambiente costruito, per la mitigazione delle emissioni e la promozione di comunità resilienti. In particolare, si vuole fare il punto della situazione e segnare la via per una transizione globale verso un patrimonio immobiliare sostenibile e resiliente.

Gli edifici rappresentano oggi quasi il 40% delle emissioni di gas serra, in parte dovute alla costruzione e ai materiali impiegati, ma prevalentemente (28%) riguardanti la gestione dell’edificio durante il suo ciclo di vita.

L’auspicio è la collaborazione fra settore pubblico e privati, per raggiungere obiettivi robusti entro il 2030. L’Accordo di Parigi per un Futuro Sostenibile ha già generato azioni concrete. Per esempio, i sindaci di 19 città del network C40 hanno firmato la dichiarazione “NetZero Carbon Building”, impegnandosi affinché i nuovi edifici siano “NetZero Carbon” entro il 2030 e tutti gli edifici lo diventino entro il 2050.

Le sfide sono molteplici, legate non tanto alle nuove costruzioni, quanto al patrimonio immobiliare esistente: si stima che i 2/3 degli edifici esistenti saranno ancora pienamente utilizzati nel 2040.

Il ruolo delle iniziative private è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi globali. È determinante che questi sforzi siano credibili e sinergici.

Non c’è una definizione univoca di Net Zero Carbon Building, ma sicuramente il tema della decarbonizzazione ha un impatto decisivo sull’evoluzione del concetto di Smart Building. Non c’è convergenza su una strategia unica, per conseguire gli obiettivi di decarbonizzazione, ma sicuramente gli investimenti effettuati hanno una ricaduta diretta prima sulla reputazione e poi sulla capacità di business nel medio-lungo termine.

È forte la volontà di rendere robuste le iniziative liberamente definite da ogni singolo attore, in armonia con i propri obiettivi di business e le aspettative dei propri stakeholder, ricorrendo alla validazione dei singoli programmi da parte di autorevoli strutture di riferimento, come l’iniziativa SBTi (Science-Based Targets initiative), che sta formalizzando delle best practice per singoli settori. Per il settore immobiliare i lavori sono ancora in corso.

Nelle aziende gli obiettivi di Net Zero Emission entrano nelle agende dei team che si occupano di ESG. Ogni azienda è chiamata a definire il proprio piano di azione, mantenendo una fondamentale coerenza fra gli obiettivi di impatto ambientale e sociale. In particolare, c’è convergenza su alcuni punti fermi, in ogni strategia aziendale:

  1. Non limitarsi all’impatto dell’azienda intesa come un’entità isolata, ma agire a livello di catena del valore, esercitando una spinta a migliorare fornitori e clienti.
  2. Non limitarsi a ridurre i consumi, ma cercare anche strategie per neutralizzare le emissioni (Carbon Sequestration).
  3. Minimizzare la compensazione di emissioni di CO2 (offsetting).
  4. Definire una data esplicita entro cui raggiungere l’obiettivo Net Zero Emission e individuare obiettivi intermedi misurabili.

Queste linee guida devono tradursi in processi e richiedono l’impiego di risorse, inclusi i sistemi digitali in grado di raccogliere e tracciare dati solidi per conseguire un miglioramento oggettivo del livello di sostenibilità e resilienza.

L’aspettativa di resilienza è ancora sottovalutata, perché c’è molta enfasi sull’impatto ambientale, ma non si può mettere la persona su un secondo piano. Mentre nelle zone rurali e lungo le coste le minacce sono più legate ai cambiamenti climatici e alla protezione degli ecosistemi naturali, nelle città la salute dipende dalla qualità dell’ambiente costruito, in maniera determinante. Gli spazi chiusi devono consentire stili di vita salubri e favorire la ripresa anche tenendo conto della pandemia.

La gestione della qualità dell’aria indoor attiene agli obiettivi di resilienza e consente di mitigare gli effetti negativi prodotti dal risparmio energetico netto, sulla salute della comunità che occupa l’edificio. D’altronde, la stessa direttiva 2010/31/UE sulla prestazione energetica nell’edilizia esplicitamente richiama a tenere conto di questo aspetto, nell’articolo 9:

“La prestazione energetica degli edifici dovrebbe essere calcolata in base ad una metodologia, che potrebbe es­sere differenziata a livello nazionale e regionale. Ciò comprende, oltre alle caratteristiche termiche, altri fattori che svolgono un ruolo di crescente importanza, come il tipo di impianto di riscaldamento e condizionamento, l’impiego di energia da fonti rinnovabili, gli elementi passivi di riscaldamento e rinfrescamento, i sistemi di ombreg­giamento, la qualità dell’aria interna, un’adeguata illuminazione naturale e le caratteristiche architettoniche dell’edificio. Tale metodologia di calcolo dovrebbe tener conto della prestazione energetica annuale di un edificio e non essere basata unicamente sul periodo in cui il riscaldamento è necessario. Essa dovrebbe tener conto delle norme europee vigenti”.

La metrica della qualità dell’aria è destinata ad assumere una importanza sempre maggiore, che spingerà ad andare oltre le politiche di risparmio energetico, indirizzando verso investimenti in energie rinnovabili e soluzioni CCS (Carbon Capture & Storage).

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